domenica 20 agosto 2017

Poesia / Le solitudini delle case (Il silenzio).


Irene Navarra, Il silenzio, Fotografia e Grafica, 1 agosto 2017.









Il muro, le sue crepe, tegole vecchie, cespugli
ricresciuti dopo il taglio di due anni fa.
E dietro, tra l’eco di sospiri
e imprecazioni spente
a poco a poco, cresce
si gonfia esplode
la solitudine
più densa.

S’insinua nello sguardo
la sua sottile vena di silenzio.
Ambiguamente.
Come se una presenza
tentasse di parlare linguaggi
privi di parole.

2 agosto 2017










mercoledì 16 agosto 2017

Poesia / Le solitudini delle case (Preludio: Il rovescio della medaglia).


Irene Navarra, In Via dei Campi, Fotografia e Grafica, 1 agosto 2017.

Il rovescio della medaglia

Sul rovescio della medaglia
scivolo in fretta mentre guardo
i barattoli sonanti attaccati
ai miei giorni che vanno.

            (Sarebbe bello passeggiare
            nel sole caldo di una domenica
            d'agosto in abiti sottili sotto
            persiane misteriose
            incollate dalla luce.)

La sensazione è che la vita sia tra
lampade e tappeti mai guardati. Là
dove ti sembra che la festa debba
ancora incominciare. Nel bar
dell'angolo o nel giardino
accanto. Non ha importanza.

Questa però è la grande beffa:
da soli o in compagnia è facile cadere,
mettere il piede in fallo e rotolare
nella visione che non è mai tua.
Nei non-colori di una domenica d'agosto,
dietro persiane come palpebre assonnate.






Critica letteraria / Le "Lezioni americane" di Italo Calvino per il nuovo millennio - Persistenze valoriali (4).



Irene Navarra, Italo Calvino, Pastello a olio e Grafica, 2011.
La Visibilità. “L’immaginazione come repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è né è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere” (ibidem, p. 102). È una delle definizioni della ricerca di Calvino. Quella in cui si riconosce pienamente. Ancora: lo spiritus phantasticus di Giordano Bruno, foriero di traslati in modificazione evolutiva. Possibile e impossibile che si riversano l’uno nell’altro, con spontaneità d’estro o con dipendenza culturale. Il risultato può essere interessante specie se sottratto alla civiltà delle immagini preconfezionate, veri e propri virus dell’autentica fantasia fatta di malie esperienziali, e di balzi al di là di esse. Dante che ci porta al Paradiso, ce lo spiega e dispiega con quanto la memoria ha potuto trattenere del suo viaggio. Folgorazioni di fuoco, gemme preziose. La metafisica della luce trionfa in ogni aspetto del regno di Dio e riverbera nel sorriso di Beatrice. L’Alighieri pensa tramite visioni, offre, da grande scenografo, vastissimi quadri che paradossalmente esprimono una verità inconfutabile: più astratto è il concetto da dimostrare più materico deve esserne lo specchio espositivo. Perché la facoltà immaginativa, nella condizione dell’excessus mentis, che trascende gli schemi della capacità sensibile, non è in grado di esercitare il suo compito di raccolta/elaborazione dei dati fenomenici. Si perde pertanto la vista fisica e si apre l’oltrefisica. Lo scrittore diventa veggente e ruba il fuoco prometeicoAllora, basterebbe rileggerlo con mente chiara, il sommo poeta fiorentino, per saperne di più sulla Visibilità. A metà tra la conoscenza mistica del cosmo e la ricognizione minuziosa dei fatti.
Formula calviniana risolutiva del problema: tendenza all’infinito dell’immaginazione + tendenza all’infinito della contingenza esperibile + tendenza all’infinito delle possibilità linguistiche della scrittura = prodotto letterario. Per dirla in termini di semplice operazione sommatoria integrata con l’aiuto beffardo della techne: lo scrittore prima si volge all’intensività e poi, inevitabilmente, all’estensività. Quasi un Dio dunque. Quasi, dato che per Dio questa e quella coincidono.
(continua)

Dallo Speciale Cultura di Voce Isontina dell'11 febbraio 2011

giovedì 3 agosto 2017

Poesia / Frammento 16 (Un ricordo).


Tre piccole candele-cactus.
Un dono di chi amavo.
Amavo.
Ora non più.

Irene Navarra, Tricactus, China - Acquerello - Grafica, 2017.

sabato 29 luglio 2017

Critica letteraria / Le "Lezioni americane" di Italo Calvino per il nuovo millennio - Persistenze valoriali (3).



Irene Navarra, Italo Calvino, Pastello a olio e Grafica, 2011
L’Esattezza. L’autore concentra il concetto in tre focus: “1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; 2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili […]; 3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione” (Lezioni americane, Oscar Mondadori, 2002, pp. 65 – 66). Poi, a giustificazione degli assunti, pone egli stesso un quesito che gli potrebbe essere mosso sul perché senta il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvi, quesito che immediatamente spiega ponendosi come epicentro di un fenomeno spontaneo di ripulsa per il generico spesso sconveniente. Continua infatti: “mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo o casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa veramente quello che dovrebbe essere” (ibidem, p. 66). Che aggiungere d’altro se non l’esempio di noti maestri quali il già ricordato Leopardi che si dichiarava per l’indeterminato e il vago - apparentemente antitetico in ciò all’esattezza - con un’attenzione meticolosa per la composizione delle immagini, la cura dei dettagli, la scelta dei soggetti, l’uso luministico delle atmosfere. Un vago dunque, il suo, che si connotava di sensibilità dischiusa al fisico e al metafisico. O meglio: trascolorante dal fisico al metafisico e viceversa. La lettura attenta dello Zibaldone e dei Canti lo conferma al cento per cento e, soprattutto, ce ne determina la veste filosofica ben al di là del sensismo, in quel rapportare la relativa cognizione empirica del giorno dopo giorno all’immensità spazio-temporale assoluta. Come dire: la ricerca del determinato che si completa solo di indeterminato. La composizione degli opposti insomma. Il microcosmo circoscritto, in uno con il macrocosmo smisurato. Il centro perfetto per un arciere viziato d’infinito.
Ed è in questo amalgama sapiente che trova status l’ispirazione di scrittori come Dino Buzzati e Tommaso Landolfi. Lo dico con sincero dispiacere per altri. Un esempio? John Fante, che ha vissuto ultimamente qualche sussulto di notorietà, ed è, anche nel suo migliore romanzo Chiedi alla polvere, lontano da quella sfumata linea d’orizzonte tra la terra e il cielo che fonde dimensioni e dà l’altrove. Con sollievo degli amanti della sua “compressione” espressiva, suppongo. Volutamente piana in quanto l’unica adattabile alla vita comune, come dicono. La vita comune degli inconvenienti quotidiani, comprese le termiti che divorano la casa sotto i piedi al protagonista di Full of life. Senza alcunché di ironico. Gioverebbero loro: La Parte buia del giorno di Alison Smith, Nel paese delle ultime cose di Paul Auster, L’anguilla di Montale, l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, i tarocchi e la tartaruga di Achille ovvero il paradosso di Zenone (soltanto come spunti), le biblioteche di Babele e le lotterie babilonesi di Borges, il tutto corrispondente al punto in T con 0 proprio di Calvino.
In sostanza - e infine - mi ancoro sull’Esattezza  con un’immagine: la goccia scava la pietra dall’alto al basso e dall’esterno all’interno. Sonda strati primordiali arrivando a delle Colonne d’Ercole di continuo mobili. Microfrazione temporale dopo microfrazione temporale. Mentre plasma cattedrali fantasmagoriche.
(continua)

Dallo Speciale Cultura di Voce Isontina dell'8 febbraio 2011.

martedì 18 luglio 2017

Critica letteraria / Le "Lezioni americane" di Italo Calvino per il nuovo millennio - Persistenze valoriali (2).





Irene Navarra, Italo Calvino, Pastello a olio e Grafica, 2011.
    La Rapidità. Una concisa brevitas può nel ritmo narrativo generare suggestione? Un’istintiva stringatezza è fonte di piacere? Boccaccio ci insegna quanto sia preziosa questa dote. Con una novella del suo Decamerone, la prima della sesta giornata, icastica nel messaggio. La morale è: chi non sa raccontare e pur si ostina, rende la storia un cavallo bolso. Offende il ritmo che è velocità mentale, proprietà stilistica, agilità di espressione. Così le parole tralignano, perdono la strada e il destriero-racconto si impantana irrimediabilmente. Destinato a morire è il giudizio irrevocabile. Di Boccaccio e di Calvino. Concordo e mi lamento. Non tutto ciò che appare e si ode ai giorni nostri è oro colato. Gli educati al contegno desidererebbero spesso la sordità. Gli occhi stravolti dalle frequenti aggressioni all’arte sognano Borges e le sue Ficciones così sorprendentemente autogenerative di scorci inesauribili senza sovrapposizioni e congestione alcuna.
E non si tratta solo di short story o di folktale. Ovvero: con Rapidità non si intende indicare la lunghezza moderata di un testo. Anche un romanzo corposo può essere buon portatore di essa. Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki, che ho letto, amato, donato più volte perché sia divulgatore di movenze letterarie fulminee in concreto e in astratto, mi conforta sul destino della scrittura e sulle illimitate gamme delle analogie intellettive che collegano i cervelli illuminati del pianeta. D’altronde non è detto che per creare qualcosa come frutto di una salutare Rapidità bastino pochi secondi. L’ispirazione è un fatto, l’esecuzione un altro. Riporta Calvino: Chuang-Tzu, famosissimo pittore cinese, al suo imperatore che gli aveva commissionato il disegno di un granchio chiese cinque anni di tempo, una villa e dodici servitori, Dopo il primo lustro ne chiese un secondo con i medesimi agi, senza nemmeno aver iniziato il lavoro. Allo scadere del periodo prese il pennello e dipinse con un solo gesto il granchio più perfetto che si fosse mai visto. In un attimo.
Eccola la short story giusta per illustrare contenente e contenuto. Calvino e la saggezza orientale continuano a insegnare. Con buona pace di quanti si scoprono scrittori da un giorno all’altro.
(Continua)

Dallo Speciale Cultura di Voce Isontina dell'8 febbraio 2011.

Critica letteraria / Le "Lezioni americane" di Italo Calvino per il nuovo millennio - Persistenze valoriali (1).



    
  La Leggerezza. Il contrario del peso. Togliere. Nessuna fissazione da storiche vicende, collettive o individuali. La guerra? La lotta partigiana? Conosciamole attraverso gli occhi di un bambino, lo straordinario Pin de Il sentiero dei nidi di ragno. Volare con i sandali alati di Perseo e vincere così la terribile Gorgone. Trasformare. In leggende gentili anche l’orrore. Intrecciare fili: fisici, metafisici, evenemenziali, immaginifici. Capire l’insostenibile leggerezza dell’essere di kunderiana memoria, ridimensionare in essa l’affanno del vivere, vista la trascurabilità di qualsiasi scelta obbligatoriamente relativa all’unicum del nostro particolare. Se pertanto l’esistenza è opprimente, la scrittura deve riscattarne i limiti. Sconfinando magari nella scienza. Quella a esempio del De rerum natura di Lucrezio che, per raccontare la materia, parla degli atomi infinitesimi, le sottrae concretezza quindi per innalzare in cambio l’uomo allo stupore universale attraverso la riflessione. E regalare così “poesia” a piene mani. Con Guido Cavalcanti, William Shakespeare, Jonathan Swift, Henry James. E con Leopardi. Con Leopardi e i suoi Notturni in cui le parole sono tanto sottili da sembrare luce di luna. Uno sciamano dunque lo scrittore, che coniuga antropologia, etnologia, mitologia per liberare l’immaginazione da qualsiasi condizionamento. Questa è forse la “razionalità” speciale che può traghettare la letteratura nell’avvenire, dove tuttavia troveremo non più di ciò che porteremo.

Irene Navarra, Italo Calvino, Grafica, 2011.






Ben conscia, di fronte a tanta levità, anche del peso come ipotetico pregio, ma solo di contrasto, respiro con Charles Wright e i suoi Diari (del prato, della notte, del silenzio, dei tre quesiti, di maggio, dei fiumi del sud, ultimo), mi faccio d’aria e cammino “verso l’umida bocca del futuro / dove nuovi denti / ammiccano come stelle novelle attorno a noi, / e i venti che ci pizzicano e ci tormentano le orecchie, / suonano curiosamente come vecchie canzoni” (da Diario del prato in Diari di zona e Xionia).

(Continua)

Dallo Speciale Cultura di Voce Isontina dell'8 febbraio 2011.